Recensione – La salvezza di Aka di Ursula K. Le Guin

La salvezza di Aka è uno degli ultimi romanzi scritti da Ursula K. Le Guin, ambientato in quell’universo narrativo della Lega dei Mondi (Ekumene). Il titolo in inglese è molto più suggestivo, The telling, ossia La narrazione, un elemento chiave del libro.

Scheda del libro

Titolo  La salvezza di Aka
Autore Ursula K. Le Guin
Data 2002
Pubblicazione italiana 2005
Editore Mondadori
Traduttore Piero Anselmi
Titolo originale The Telling
Pagine 225
Reperibilità Reperibile usato

Trama

La salvezza di Aka si presenta con due linee temporali: il passato e il presente di Sutty, che lavora come linguista per l’Ekumene. Il passato si manifesta sotto forma di ricordi: una Terra dominata dagli Unisti, una terribile teocrazia, smantellata quando Sutty era giovane. Nel presente, Sutty si reca ad Aka, un pianeta che ha cancellato da settant’anni la sua cultura originaria. Lo scopo della sua missione è quello di raccogliere più informazioni possibile su questo popolo. Come spesso accade nei romanzi della Le Guin, La salvezza di Aka non è plot driven: il focus della storia è il recupero di una tradizione che si pensava perduta; non vi aspettate scene spettacolari e colpi di scena.

Sutty

Ursula ha sempre popolato i suoi libri di personaggi di tutte le etnie: basti pensare a Ged di Terramare, ma anche al popolo di Werel. Sutty ha origini indo-canadesi: è stato affascinante vedere tutto dagli occhi di una persona non bianca (ad esempio leggendo i dialoghi dei suoi genitori). A poco a poco scopriamo anche il passato della protagonista, compresa la sua toccante storia con Pao.

Con la visione di quei fiori, una consapevolezza intensa e completa del corpo di Pao la pervase adesso, lì nell’ampia stanza silenziosa su un altro mondo, come la pervadeva sempre là, allora, quando era con Pao, e quando non era con lei, ma in fondo erano sempre insieme, una vera separazione non c’era mai stata, nemmeno il lungo volo a sud lungo l’intera costa delle Americhe era stato una separazione. Nulla le aveva separate. “Non lasciar ch’io ammetta impedimento al connubio delle menti sincere…”

La Le Guin è stata particolarmente brava a rendere la storia di Sutty interessante, a fronte di una storia ancora più ampia, ossia cosa si cela dietro questo pianeta misterioso. Come sempre, questa autrice straordinaria ha anticipato i tempi: un romanzo con una protagonista dalla pelle scura e lesbica, quando ancora la tematica dell’inclusività non era così presente come adesso.

La narrazione

Ma cos’è questa narrazione?

Poco tempo dopo, Sutty non era per nulla contenta della propria definizione del sistema come religione; non sembrava una definizione errata, ma non era del tutto adeguata. Il termine “filosofia” era ancor meno appropriato. Riprese a chiamarlo “il sistema”, “il Grande Sistema”. Poi lo chiamò “la Foresta”, perché scoprì che nell’antichità era chiamato “la via attraverso la foresta”. Lo chiamò “la Montagna” quando scoprì che alcuni dei suoi insegnanti definivano quello che le insegnavano “la via verso la montagna”. Alla fine, lo chiamò “la Narrazione”. Questo, però, dopo avere conosciuto maz Elyed.

È bello osservare i processi mentali di Sutty, che cerca di dare la definizione a un qualcosa di “alieno”, qualcosa di molto diverso rispetto al nostro modo di pensare. Ad esempio, per gli abitanti di Aka lo straniero è soltanto il visitatore extraplanetario: il pianeta di Aka è costituito da un unico continente, un’unica etnia, e un’unica “Narrazione”. I maz sono delle figure autorevoli, dei sapienti, dei possessori di una conoscenza che è importante tramandare; stanno nascosti ovviamente, lontani dalle città. I maz scelgono un partner per tutta la vita, anche dopo la morte di uno dei due; prima dello Stato-azienda, i maz potevano formare coppie eterosessuali e omosessuali. Curioso sottolineare che con lo smantellamento del passato, l’unica unione permessa è quella eterosessuale.

Il passato di Aka

Ma da qualche parte è conservato il sapere di Aka, dei maz, del passato? In un pianeta la cui cultura è stata cancellata, i libri bruciati, gli insegnanti imprigionati, è facile immaginare una biblioteca segreta, perduta; la missione di Sutty, in fondo, riguarda proprio questo. Il sapere segreto.

«Parlami degli umyazu, maz.» «Erano luoghi costruiti per accumulare la forza. Luoghi pieni di essere. Pieni di gente che narrava e ascoltava. Pieni di libri.» «Dov’erano?» «Oh, dovunque. Qui a Okzat-Ozkat, ce n’era uno dove adesso c’è il Liceo, e un altro dove adesso lavorano la pietra pomice. Su fino al Silong, nelle valli, lungo le strade commerciali, c’erano umyazu per i pellegrini. E giù dove la terra è ricca, c’erano enormi umyazu, con centinaia di maz che vi abitavano, e si spostavano in visita da un umyazu all’altro per tutta la vita. Conservavano libri, e ne scrivevano, e continuavano a narrare. Capisci, potevano dedicare tutta la vita a questo. Potevano rimanere sempre là. La gente andava a visitarli, per sentire la narrazione e leggere i libri conservati nelle biblioteche. La gente andava in processione, con bandiere rosse e blu. Andava, e rimaneva tutto l’inverno, a volte. Risparmiava per anni per poter pagare i maz e l’alloggio.

Vi metto sotto spoiler una chicca sul finale:

Spoiler sul finale

Con quella, un paio di volte, accese delle lampade appese alle pareti, per illuminare le caverne dell’essere, le camere sferiche piene di parole, dov’era nascosta la Narrazione, nel silenzio. Sotto la roccia, sotto la neve. Libri, migliaia di libri, rilegati in pelle e in tela e in legno e in brossura, manoscritti non rilegati in scatole intarsiate e dipinte, in scrigni ingemmati, frammenti di antica scrittura scintillanti su lamina d’oro, rotoli di carta in tubi e casse o legati con nastro, libri di cartapecora, pergamena, carta di stracci, carta di pasta di legno, scritti a mano, stampati, libri sui pavimenti, in scatole, in piccole casse, su basse mensole traballanti costruite utilizzando i coperchi delle casse. In una grande caverna, i volumi erano disposti su due ripiani, uno all’altezza della cintola l’altro degli occhi, scavati nella parete lungo l’intera circonferenza. Quei ripiani risalivano a molto tempo addietro, spiegò Ikak; erano stati scavati da maz che vivevano lì quando il luogo era un piccolo umyazu e quella sala costituiva l’intera biblioteca. Quei maz avevano avuto il tempo e i mezzi per completare un lavoro simile. Adesso, loro potevano solo stendere fogli di plastica per proteggere i libri dalla polvere e dal contatto con la roccia viva, ammucchiarli o sistemarli alla meglio, cercare di ordinarli almeno un po’, e tenerli nascosti, tenerli al sicuro. Proteggerli, custodirli, e, quando c’era tempo, leggerli. Ma nessuno in una vita avrebbe potuto leggere più di un frammento di quello che c’era lì, di quel labirinto incompleto di parole, di quell’immensa storia spezzata di un popolo e di un mondo attraverso i secoli, attraverso i millenni.

Conclusione

La salvezza di Aka è una storia che parla di riscoperta del passato, una storia per chi adora i libri. Ma non solo: vi sono disseminati indizi sul potere e il ruolo della religione sull’essere umano. Religione come dogma, che impone una verità assoluta, tipicamente terrestre; religione su Aka, che manca di parole come religione e dio, che non propone nulla di assoluto. Ursula ci fa riflettere anche sull’inadeguatezza del linguaggio, a volte incapace di cogliere certe sfumature così importanti. La salvezza di Aka è anche una storia inclusiva: una protagonista non bianca, lesbica; persone con disabilità con ruoli importanti. Insomma, nella sua brevità, questo romanzo è un gioiellino da riscoprire, come tutte le opere di Ursula!

 

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